Thursday, 25 January 2018

Outing 3

Continuano a darmi del razzista/fascista... E che devo dire più di ciò che ho già spiegato nel primo post di questa serie? Sono razzista, islamofobo, omofobo e sessista (leggetevi l'altro post se volete capire cosa intendo; se vi interessa prendere tali aggettivi nel loro senso lato, invece, fate pure a meno di leggerlo). Fascista, ufficialmente, lo sono diventato recentemente, incuriosito al punto da avvicinarmi al movimento dalle continue accuse di esserlo. Ma qual è stata la mia colpa, questa volta? Aver chiesto in un gruppo Facebook di italiani che vivono a Dublino ragguagli su un articolo che parlava di baby gang e da lì allargarmi in domande relative al tipo di immigrazione e sulla presenza di ghetti etnici o meno. Una ragazza (donna? dal suo profilo si capisce solo che ama i cavalli, i gay ed è single) si è affrettata a sgonfiare la storia e a precisare che tali baby gang erano composte di "locali". Al mio insistere per sapere se i locali fossero immigrati di seconda o terza generazione mi ha accusato di essere un "grande razzista/fascista". 
Come ho già scritto, lo sono. In un certo senso. Nei sei anni che ho speso all'estero ho vissuto in quartieri a maggioranza islamica, in case di indiani, in nazioni nere, con inquilini nigeriani e partecipato alla vita di comunità in cui ero, letteralmente, una mosca bianca. Sono stato minacciato di morte due volte da neri, una volta da un subalterno e una volta da un ladruncolo che stava minacciando con un cacciavite un mio operaio; una volta sono stato minacciato di morte da un pakistano per il semplice fatto di indossare abiti militari (li uso per lavoro) che, in mezzo alla strada, mimò il gesto di accoltellarmi; una volta mi fu negata una stanza in affitto in una casa di neri per il semplice fatto di essere bianco, una volta lo stesso è stato fatto da indiani; un ragazzino è stato ucciso a coltellate a 200 metri da casa mia per rubargli la bici, un mese dopo il fatto anche il padre è stato ucciso; un gruppo di ragazzini pakistani mi ha coperto di insulti, un giorno, per essermi avvicinato a loro in un vicolo (volevo restituire la tessera del bus persa da uno del gruppo); la mia ex è stata tirata giù dalla bici in pieno giorno da una coppia di neri ubriachi in un tentativo di violenza; sempre in pieno giorno, davanti alla banca vicino casa mia, un gruppo di una quindicina di immigrati clandestini sono saltati addosso ad un ragazzo al bancomat, rubandogli soldi e carta. Questo giusto per citare solo gli episodi più salienti che ho vissuto in prima persona o da vicino.
Beh, chiamatemi pure razzista perché voglio sapere che tipo di composizione sociale ed etnica c'è in una determinata zona, ma all'idea di tornare a vivere in una nazione nera o in un ghetto indo-pakistano o comunque islamico la mia risposta è: NEVER AGAIN.

Ah, e giusto come nota a pie' di pagina, la tipa che ha smentito la storia delle baby gangs ha scritto, testuali parole, "Ci vuol poco a spaventare 4 poveri pensionati (vedi articolo) Sai è il numero la loro forza. Più che altro le baby gang dublinesi hanno picchiato persone che stavo x i zazzi loro la notte- Quelle del mio vecchio quartiere ogni pomeriggio andavano a molestare il pakistano del corner shop e questo chiamava la polizia - fanno molto vandalismo-  chiedono soldi sigarette... (giravo sempre con un borsellino pienissimo di spiccioli just in case...)" Cioè, lei girava con un borsellino pieno di monete per ammansire le bestie, non so se avete afferrato la cosa. Ma il problema sono io razzista/fascista che faccio domande.

Sunday, 21 January 2018

Stare bene con se stessi

Bisogna saper stare bene con se stessi... una frase che sento ripetere ovunque, come un mantra. Sono in pace con me stessa, quindi sto bene anche da sola... questa la scrivono le donne sui loro profili dei siti di appuntamenti, ché tanto anche alla più cessa basta uscire la sera e chi le tiene compagnia per qualche ora lo trova. Ma mi volete spiegare cosa significa stare bene, essere in pace con se stessi? Me lo spiegate voi che state bene con voi stessi? Significa che siete riusciti a risolvere tutti i traumi infantili e i conflitti adolescenziali? Se è così, complimenti. Perché è roba da far invidia ai migliori psicoterapeuti, mi sa. Oppure intendete dire che vi accettate così come siete, che siete sicuri di voi stessi per ciò che siete? Significa che siete così sicuri di voi stessi da non curarvi del giudizio altrui e poter gestire la solitudine? Perché a me vien da pensare, ma certo io sono uno che pensa sempre male, che tutto questo preferire starsene da soli, e incontrare persone solo su terreno scelto da voi e con regole prestabilite, sia in realtà indice di una grande insicurezza. Chi ha accettato se stesso non ha problemi a guardare la propria personalità, coi suoi pregi e difetti, riflessa nelle altre persone, non ha bisogno di seguire un copione, è capace di improvvisare.
Comunque prendo atto che state bene con voi stessi e che il fatto di vivere in una società in cui le nevrosi aumentano esponenzialmente, in cui le persone non sono più in grado di costruire relazioni stabili ed accettano contatti solo con persone che la pensano allo stesso non significa assolutamente niente. Buona vita.

My love forever more 2

Non è vero che niente è per sempre, che anche l'amore finisce. Se veramente ami una persona, non importa che ti abbia tradito, mentito, abbandonato, barattato come un oggetto in cambio della carriera, se veramente è amore ciò che provi per quella persona continuerai ad amarla anche dopo tutto questo e neanche il tempo vi porrà rimedio. Non fatevi fregare dall'amore, non ne vale la pena.

It isn't true that nothing last forever. Isn't true that even love will not last forever. If you really love a person, if it's true love what you feel for that person, it doesn't matter if she cheated on you, lied to you, forsaken you, bartered you for a career, you'll keep loving that person and not even the time will heal you. Don't let love screwing you, it doesn't worth it.

Friday, 19 January 2018

La storia del venerdì: Indoeuropei, l'invasione mai avvenuta





L'origine dei linguaggi indoeuropei viene fatto risalire, secondo una teoria, ad un'invasione di popolazioni provenienti dalle steppe ucraine. Un popolo guerriero capace di soggiogare tutte le popolazioni autoctone già presenti in Europa al punto da sovrascrivere il proprio linguaggio ai loro. Una seconda teoria pone l'arrivo degli indoeuropei in relazione con il diffondersi dell'agricoltura in Europa: un'invasione pacifica, secondo questa teoria, ma ancora capace di cancellare i linguaggi, se non le culture, già presenti.
Negli anni '90 del secolo scorso una nuova teoria è stata presentata da tre linguisti e da tre archeologi, di differenti nazionalità e ognuno lavorando indipendentemente, dichiarando una ininterrotta continuità delle culture e dei linguaggi indoeuropei sin dal paleolitico. In pratica, l'invasione indoeuropea non sarebbe mai avvenuta e i popoli che noi chiamiamo indoeuropei sarebbero in realtà i popoli europei già stabiliti da lungo tempo sul continente all'epoca della presupposta rivoluzione linguistica.
La teoria della continuità neolitica si basa su dati che, al momento, nessuno ha contraddetto:
  1. l'impossibilità di individuare l'urheimat delle lingue indoeuropee, ovvero la loro area di origine;
  2. le prove archeologiche di una continuità fin dal paleolitico, attraverso il mesolitico e il neolitico, fino alle ere dei metalli delle culture europee e l'assenza di ogni prova di una avvenuta invasione: non ci sono tracce dell'arrivo dei celti, tantomeno dei germani, segno che tali popoli sono “sempre stati lì”;
  3. scarsi segni di infiltrazioni di altre culture e, là dove presenti, come in Italia e Grecia dove agricoltori del Medio Oriente sono effettivamente arrivati, il maggior discostamento dei linguaggi dal ceppo indoeuropeo. Segno che le popolazioni infiltratesi sono proprio i gruppi non indoeuropei;
  4. le prove linguistiche sono tutte contro l'ipotesi di una tarda introduzione dei linguaggi indoeuroepi, mancando quei fattori comuni tipici di una recente differenziazione: le terminologie agricole, per esempio, sono nettamente differenziate nelle varie lingue indoeuropee, segno che tali linguaggi si sono differenziati molto tempo prima dell'introduzione delle tecniche agricole in Europa.
I principali punti a favore della tesi della continuità nell'origine dei popoli e linguaggi indoeuropei sono i seguenti:
  1. la teoria della continuità è la più logica e quindi, in assenza di prove contrarie, la più plausibile;
  2. i linguaggi sono comprovatamente molto più antichi di quanto ritenuto dai teorizzatori dell'invasione e della dispersione indoeuropea, ed oltretutto molto più stabili di quanto in passato ritenuto: ovvero la conservazione è la legge di base del linguaggio ed esso non tende a cambiare secondo una “legge biologica”, bensì solo in concomitanza con un forte evento socio-economico di origine esterna;
  3. i nomi di molte invenzioni neolitiche, quali l'arco e le tecniche agricole, sono differenti nei vari linguaggi, indice che tali linguaggi si erano già differenziati al tempo di tali scoperte;
  4. i confini archeologici coincidono con i confini linguistici, negando quindi la teoria di una diffusione di tecniche da un'area ad un'altra;
  5. l'80% dello stock genetico europeo risale al paleolitico, ovvero non ci sono state significative migrazioni di popoli non indoeuropei dopo tale periodo.
Inserite in questo contesto, fatti quali la non discendenza dei toscani dagli etruschi, o l'incidenza nel DNA della popolazione inglese non superiore al 5% da parte dei popoli che dai romani in poi hanno invaso la Bretagna, acquisiscono una valenza nuova, indice di una origine delle popolazioni europee molto più antica di quanto supposto precedentemente.
Per chi fosse interessato a saperne di più sul paradigma della continuità paleolitica e su questa invasione che non è mai avvenuta: http://www.continuitas.org/intro.html.


What does tomorrow want from me?

What does it matter what I see?
If I can't choose my own design,
Tell me where do we draw the line?





"Where Do We Draw The Line"

On your palm an endless wonder
Lines that speak the truth without a sound
In your eyes awaits the tireless hunger
Already looks for prey to run down

So why do we keep up this charade
and how do we tell apart the time to leave from the time to wait?

What does tomorrow want from me?
What does it matter what I see?
If it can't be my design,
Tell me where do we draw the line,
Tell me where do we draw the line?

The dance of flames and shadows in the street
Make poetry nobody's ever heard
The weight of loneliness stands on your feet
The cage already there around the bird

So why don't we join the masquerade
before it all falls apart, before our love becomes insatiate?

What does tomorrow want from me?
What does it matter what I see?
If I can't choose my own design,
Tell me where do we draw the line?

What does tomorrow want from me?
What does it matter what I see?
If we all walk behind the blind,
Tell me where do we draw the line,
Tell me where do we draw the line?

Where's the cooling wind?
Where's the evergreen field?
Where's my mother's open arms?
Where's my father lion heart?
It's like the sun's gone down
Sleeps in the hallowed ground now
With the autumn's brown leaves
With the one who never grieves

So why do we keep up this charade
and how do we tell apart the time to leave from the time to wait?

What does tomorrow want from me?
What does it matter what I see?
If it can't be my design,
Tell me where do we draw the line?

Whatever tomorrow wants from me,
At least I'm here, at least I'm free.
Free to choose to see the signs.
This is my line.

Sunday, 14 January 2018

Before dawn

I took my dog for a walk into the fields before dawn. The path was scarcely visible, partially concealed among the shadow thick of tall grasses and olive trees: the cocks called each other from any direction and the creek rumbled at the bottom of its canyon, a conversation that just here and there we can understand. I breathed an air which wasn't polluted by the optimism of your modernity, by the certainties of your liberalism, by your half burned satisfactions. My steps went among the bare blackthorns and low nettles, crawling ivy and rampant ligustrum. I cast back to a stone house, deserted but still full of memories, left over there like in a ruined shrine. And I asked myself how can you get so lightly rid yourself of the memories gathered along a life, and get rid of the person you gathered those memories with. Should I remove those memories nothing would remain of myself.

La storia del venerdì: the Roman Empire's crisis




The Roman Empire's crisis happened between the III and the VII century a.C. The stop to the conquest wars brought a stop also in the supply of slaves, while a climate cooling was the reason for harvests decrease, famines and plagues spread, starting a demographic crisis. It is estimated that in the year 700 a.C. the population of the Western part of the Empire was down to 27 million of people against the 67 of the year 200. Other estimations put the data at 19/20 million. The cities depopulated, and so some rural areas, with consequences on the commerce: the long distance commerce disappeared progressively and a new local economy appeared, still based on the latifundium but aiming to the self-sufficiency. Social disparities increased; barbarian populations were let settling inside the Empire's borders to recover the most depopulated regions.
The economic and demographic crisis coincided with the biggest expansion of the Empire, which organisation had required some military and bureaucratic reforms implemented by Diocletian between 293 and 301 a.C. and then strengthen by his successor Constantine. Such reforms, even if necessary, had made bureaucracy and army hypertrophic and expensive and funded by a sharp tax increase. Population decrease, tax evasion, loss to the exchequer of whole regions now inhabited by barbarians lead to the tax system collapse and at the end of all those services provided with public money: road maintenance, aqueducts, public schools, bureaucracy, and army stopped working and the Empire in the pars Occidentis fell.
The immigration policy of the Empire failed definitively when the Visigoths, escaping the Unns, were let passing the Danube in the 375. After a short time, the rebelled and defeated the Imperial army at Adrianopolis on the 378, where Emperor Valens found his death. Since that time the borders weakened and broke in Winter of the 406-407.
The new populations, always in the minority respect to the Romans populations, interacted with them in very different ways: some opted for subjugations (Vandals), others avoided any mixture (Ostrogoths), others accepted the Catholicism, which was the State religion since the 380, and integrated with the local populations. Faster was the integration, longer lasted the new politic reality born, like the Franks Kingdom of King Clovis, who converted from paganism in 496.
In the V century, the Empire in the West was just a concept: the Roman-barbarians kingdoms acknowledged the Emperor's authority just formally. And in the 476, the Roman general Odoacer overthrew the last Emperor Romulus Augustulus and created a personal domain which will fall before the end of the century by hands of the Ostrogoths. The illiteracy became substantial among the laypeople and especially among the aristocracy. It was the beginning of the Church monopoly of culture which would have lasted until the XI century.


Instead, in the pars Orientis, backed by the strongest economy, less damaged by the climate change, the Empire tackled the barbaric migrations and lasted, even if reduced in size and with mixed fortunes until the Turkish conquest of Byzantium in 1453.

Saturday, 13 January 2018

La storia del venerdì: la crisi dell'Impero Romano



La crisi dell'Impero Romano maturò fra il III e il VII sec. d.C. L'interruzione delle guerre di conquista comportò una riduzione nell'approvvigionamento di manodopera schiavistica, mentre a causa di un raffreddamento del clima i raccolti si ridussero, si diffusero carestie ed epidemie che, a loro volta, innescarono una crisi demografica. Si stima che nell'anno 700 d.C. la popolazione della parte occidentale dell'Impero Romano era ridotta a 27 milioni di abitanti contro i 67 dell'anno 200. Altre stime fissano la cifra a 19/20 milioni. Le città si spopolarono, e così pure alcune aree rurali, con conseguenze sui commerci: quelli a lunga distanza andarono via via scomparendo lasciando il posto ad economie locali che continuarono a basarsi sul latifondo ma puntarono all'autosufficienza. Le disparità sociali aumentarono; le popolazioni barbariche furono lasciate insediarsi entro i confini per recuperare regioni ormai totalmente spopolate.
La crisi economica e demografica coincise col momento di maggior estensione dell'impero, la cui gestione aveva richiesto riforme in campo burocratico e militare, attuate da Diocleziano fra il 293 e il 301 d.C. e poi rafforzate dal successore Costantino. Tali riforme, sebbene necessarie, avevano reso burocrazia ed esercito ipertrofici e dispendiosi, con un conseguente e costante inasprimento del regime fiscale per sovvenzionarli. Riduzione della popolazione, evasione fiscale crescente, perdita al fisco di intere regioni ripopolate di germani condussero al collasso del sistema fiscale e di tutti quei servizi che da esso erano sostenuti: manutenzione viaria, acquedotti, scuole pubbliche, burocrazia, esercito, commercio smisero piano piano di funzionare e la pars Occidentis dell'impero si disgregò.
La politica immigratoria dell'impero fallì definitivamente quando i Visigoti, in fuga dagli Unni e lasciati passare il limes danubiano nel 375, si ribellarono e sconfissero l'esercito imperiale ad Adrianopoli nel 378, dove l'imperatore Valente morì. Da quel momento i confini iniziarono a logorarsi e cedettero definitivamente sul Reno nell'inverno del 406-407.
Le nuove popolazioni, sempre minoritarie rispetto alle popolazioni romane, interagirono in modi differenti con queste: alcune optarono per la sopraffazione (Vandali), altre evitarono ogni commistione (Ostrogoti), altre ancora si integrarono e convertirono al cattolicesimo, che dal 380 era la religione di stato dell'impero. Più veloce fu l'integrazione, più duratura fu la realtà che si creò, come il regno dei Franchi, che re Clodoveo portò dal paganesimo direttamente al cattolicesimo nel 496.
Nel V sec., ormai, l'impero in Occidente esisteva solo come concetto: i regni romano-barbarici riconoscevano l'autorità dell'imperatore solo teoricamente. E nel 476, Odoacre, un generale romano, depose l'ultimo imperatore Romolo Augustolo, creando in Italia un suo dominio personale che cadrà poi sotto la conquista ostrogota entro la fine del secolo. La dealfabetizzazione divenne sostanziale nel laicato e soprattutto fra l'aristocrazia: iniziò l'egemonia ecclesiastica della cultura che perdurerà fino a tutto l'XI sec.

Nella pars Orientis, invece, sostenuto da un'economia più forte, meno colpito dai cambiamenti climatici, l'impero riuscì a respingere le invasioni barbariche e continuerà ad esistere, sebbene sempre più ridotto in dimensioni e fra alterne vicende, fino alla conquista turca di Bisanzio nel 1453.


Wednesday, 10 January 2018

Desperation



Chissà se quella disperazione che certe notti ti scuoteva tutta era qualcosa che ti portavi dentro da prima che ti incontrassi, o se era qualcosa che io avevo provocato. Chissà se ero la lama che incideva la pustola per farne uscire il pus, o se ero l'infezione che bruciava la tua carne. Chissà se sono stato il mezzo per liberarsi di una pressione non più tollerabile, scartato una volta adempiuto il suo compito, o se sono stato l'elemento di disturbo, la forza negativa da cui era necessario allontanarsi

I wonder if that desperation shacking you deeply some nights was something you carried with you since before we met, or if it was something that I had aroused. I wonder if I was the scalpel cutting the pustule to let the pus flow out, or if I was the infection burning your flesh.  I wonder if I've been the tool necessary to get rid of a pressure not endurable anymore, discarded once accomplished its purpose, or if I've been the bad influence of which was compelling to go away.

La storia del venerdì: the plague and the economic crisis



It's the XIV century (from 1301 to 1400): the demographic growth has made hard to feed everybody, due to a lack of technological development in agriculture; European people's diet gets less varied, famines spread, denutrition comes back e people starve in the street like it didn't happen since centuries; the war becomes at low intensity, fought by mercenary groups that exploit friends' territories and make a tabula rasa of enemies'.

1347: on a Genoese mercantile, comes from Asia a new disease that nobody is capable to cure. It's the Black Death, the plague, which by 1350 exterminates half of the European population. Due to the permanent condition of war and denutrition, the plague becomes endemic in Europe for roughly a century. In London, it will last until the Great Fire of 1666. So, an economic crisis made worse by the demographic crisis. But also is crisis time, someone can take advantage. Those people are the administrators of the crisis themselves: public officials, notaries, scribes and treasurers who manage the tax collection and war payments. They move huge amounts of money and much of them remain in their hands. When the crisis is over, they realize that they have become incredibly rich, and many of them use that money to buy a peerage.
The contemporary European aristocracy descends from those officials who took advantage of war's misery and famine to make themselves rich.

Saturday, 6 January 2018

Prima dell'alba

Ho portato il mio cane a passeggio nei campi prima dell'alba. Il sentiero a malapena visibile, semicelato nelle ombre fitte di erbe alte ed olivi; i galli si chiamavano l'un l'altro da tutte le direzioni e il torrente rumoreggiava sul fondo della sua gola, un conversale di cui solo a tratti possiamo comprenderne le parole. Respiravo un'aria non intossicata dall'ottimismo della vostra modernità, dalle certezze del vostro liberalismo, dalle vostre soddisfazioni bruciate a metà.  I passi andavano tra prugnoli spogli ed ortiche basse, edere striscianti e ligustri rampanti. Ho ripensato ad una casa in pietra, ormai abbandonata ma ancora piena di ricordi, lasciati là come in un santuario in rovina. E mi sono chiesto come facciate a disfarvi tanto leggermente dei ricordi accumulati in una vita insieme alla persona con cui li avete condivisi. Dovessi cancellare quei ricordi, mi rendo conto, non resterebbe niente di me.

Friday, 5 January 2018

La storia del venerdì: la peste e la crisi economica




XIV secolo (il 1300, per intenderci): la popolazione cresce, sfamarla diventa un problema a causa della scarsa innovazione tecnologica in agricoltura; la dieta delle popolazioni europee si riduce in varietà, cominciano le prime carestie, tornano i casi di denutrizione e le persone muoiono di fame per strada come non succedeva da secoli; la guerra acquista una nuova forma, a bassa intensità, fatta da piccole bande mercenarie che spogliano i territori amici e fanno tabula rasa in quelli nemici.
1347: a bordo di un mercantile genovese, arriva dall'Asia una nuova malattia, che nessuno sa curare. E' la peste bubbonica, che entro il 1350 ha sterminato metà della popolazione europea. Grazie allo stato di guerra permanente e alla denutrizione, la peste diviene endemica in Europa per circa un secolo (a Londra fino al Grande Fuoco del 1666). Crisi economica e crisi demografica, quindi. Ma anche in tempi di crisi c'è chi riesce a trarre vantaggi. Fra coloro che si avvantaggiano della crisi ci sono gli amministratori della crisi stessa: i funzionari statali, notai, scrivani, tesorieri che gestiscono la raccolta delle tasse e i pagamenti di guerra. Muovono ingenti capitali e molto, molto denaro rimane nelle loro tasche. A crisi finita, realizzano di essere divenuti enormemente ricchi e molti di loro usano quel denaro per comprare titoli nobiliari.
La nobiltà europea contemporanea discende da quei funzionari che sfruttarono le miserie della guerra e delle carestie per arricchirsi.


Wednesday, 3 January 2018

Falling in love?

No, I don't fall in love.
...
Believe it or not, you can keep a hormonal storm under control and get rid of the butterflies in your belly with a laxative.
...
There are people capable to fall in catalepsy at wish, I don't see why shouldn't be possible with hormones.
...
I was sure you wouldn't understand. Let me put it this way: most people choose the person they fall in love with; I fall in love with the person I have chosen.
...
No, it's not sad at all.
...
It doesn't create any problem neither. Except when the best two courses are served at the beginning of the banquet. In such a case, all the following dishes are tasteless.

Innamorarsi?

No, io non mi innamoro.
...
Credici oppure no, le tempeste ormonali possono essere tenute sotto controllo e per le farfalle nello stomaco ci sono i lassativi.
...
C'è chi riesce ad andare in catalessi a comando, non vedo perché non si possa fare con gli ormoni.
...
Eh, lo sapevo che non avresti capito. Mettiamola così: la gente sceglie la persona di cui si innamora; io mi innamoro della persona che scelgo.
...
No, non è affatto una cosa triste
...
E no, non crea nessuno tipo di problema. Eccetto quando le due portate migliori ti vengono offerte all'inizio del banchetto. In questo caso, tutti i cibi che seguono paiono insipidi ed insapori.

Eros



With the taste of paradise on his tongue, he rose his stare to meet two slightly open lips, two blurred eyes. Small fingers entwined his hair, scratching while pulling his head up, to leave a saliva stream on the tender skin first, on the excitement wrinkles then, till to a wet kiss, because everything he experienced would be shared.


Col sapore di paradiso sulla lingua, alzò lo sguardo ad incontrare due labbra dischiuse, due occhi appannati. Piccole dita si intrecciarono ai suoi capelli, lo graffiarono leggermente, trassero la sua testa verso l'alto, a lasciare una scia umida sulla pelle tenera prima, sulle grinze dell'eccitazione poi, fino ad un bacio bagnato, perché ogni cosa che lui provava fosse condivisa.

Monday, 1 January 2018

The Year of...

Il mio zodiaco si è fatto confuso, offuscato dal mondo nuovo in disfacimento, anzi, totalmente disfatto, ormai. I suoi segni sono intangibili, indistinguibili, si ripropongono privi di sostanza in un carosello muto senza che di nuovi vengano a dare loro il cambio, imprigionati dalla fine della spinta creativa. E così torna l'Anno del Maverick, a seguire un Anno del Lupo che già si era consumato. O forse è un anno che non nasce sotto alcun segno. Anzi, non c'è proprio alcuna rinascita con l'Anno Nuovo.

Però, su Twitter, sono incappato in un oroscopo molto interessante, gentilmente offerto da Alessandro Greco.

OROSCOPO 2018
Ariete: sarà un anno di merda.
Toro: questa è la tua ultima settimana. Saluta tutti.
Gemelli: finora ti sei salvato. Ma adesso corri a farti una TAC. C'è una sorpresa.
Cancro: non aggiungo altro.
Leone:la fortuna è dietro l'angolo. Rimarrà lì.
Vergine: cazzi tuoi.
Bilancia: le stelle prevedono un arresto cardiaco. 
Scorpione: del 2018 vedrai appena 3 mesi. Goditeli. 
Sagittario: ictus in arrivo, si consiglia di dormire al Pronto Soccorso.
Capricorno: mi spiace. RIP.
Acquario: entro un mese affogherai nella vasca da bagno.
Pesci: anche tu.

My Zodiac has become confused, blurred by my decaying new world, already decayed, actually. Its signs have become incorporeal, indiscernible, they come back again and again deprived of substance in a mute merry-go-round without anyone new coming to take their place, imprisoned by the depletion of the creative push. So, the Year of the Maverick is back again, following a Year of the Wolf which had already repeated itself. Or maybe, this is a year which is born under no sign. Rather, there's no rebirth at all with the New Year.

Yet, I have found an interesting horoscope on Twitter, kindly powered by Alessandro Greco.

HOROSCOPE 2018
Aries: it will be a shitty year.
Taurus: this is your last week. Say goodbye to all.
Gemini: you have avoided it, so long. Now get quickly to have a CT scan. A surprise is waiting for you.
Cancer: I don't say anything more.
Leo: the good luck is just around the corner. And there it will stay.
Vergin: your problem.
Libra: the stars predict a heart attack.
Scorpio: you will see just 3 months of 2018. Enjoy them!
Sagittarius: a seizure is coming. Sleeping at the A&E is recommended.
Capricorn: I'm sorry... RIP.
Aquarius: by the end of the month you will drown in the bath.
Pisces: the same for you.





La storia del venerdì: the Lombards and the Southern Question

"La storia del venerdì" is a weekly column about curious, unknown and misknown historical facts, which will be published every Friday in Italian, then translated into English during the following week. I kept the Italian title because it's not translatable in English, playing with the word "storia", meaning both history and story. Enjoy the reading!



Year 569 a.C.: led by King Alboin, the Lombards have moved from Pannonia to Italy through Friuli. Worn out by the twenty years long Gothic War, fought between Justinian, the Emperor of the Byzantine Empire, and Goths, holding on that time a kingdom in Italy, brought on their knees by famine and plagues, the Latin population of Italy is not capable to stand against the invasion. The Lombards settle without any plan and in an uneven way in three areas: the Padan Plain, Tuscany and the territories around the cities of Benevento and Spoleto. The Byzantines keep the coasts, Ravenna, the Pentapolis, Rome and a string of castles linking to the Adriatic coast, and the Major Islands.
The Lombards are a fragmented military society, one of the roughest barbarian people, described by historical sources as "fiercely alien" to the Roman society. Their leaders are Arians (Arianism has been declared heresy in 325 a.C.), while the people are pagans. Their settling in Italy has a violent impact on the Romans: the gentry is scattered and its lands confiscated by the Lombards military leaders, who become a landed aristocracy; same destiny happens to the Catholic Church's properties, which are handed out to the Arian Church.
The Romans' condition improves when the conquest and settling are over, especially after the Lombards convert to Catholicism, through a process begun by King Agilulf and the wife Theodelinda in 591 and completed in 653 when King Aripert abolishes the Arianism. In the VIII century, the two societies are ethnically mixed and, under King Liutprand, they find further strengthening.
It's King Liutprand who, taking advantage of the Empire weakness and of a riot happened in the year 727 against the Emperor Leo III-led iconoclasm, that snatches some territories to the Empire. Some of those territories are then offered to the Pope, to acknowledge his new political role or maybe to buy his support. But it is the Pope who calls for help when the Kings Aistulf first and Desiderius then, in the second half of the century, resume the expansion to Byzantium's detriment. The Franks answer the Pope's call and counterfeit the Lombards, depriving them of some territories, which the Franks hand over to the Pope. The fight between Franks and Lombards ends in the 774 with Charlemagne conquering the Lombards Kingdom. The Duchies of Spoleto and Benevento avoid the occupation and will last until the Normann conquest, completed in 1076 with the conquest of Salerno.


The Lombards seizure and then their submission by the Franks produced two consequences which still afflict Italy. The first is the beginning of the Pope's temporal power, funded on the donations of Liutprand (728) and of the Pippinids (756). The second consequence is the splitting of Italy into two halves never reunite until the XIX century, which developments and cultures proceded independently at different speeds since then: the Southern Question was born.

Saturday, 30 December 2017

Élites

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

"Le rivoluzioni le fanno le élites" sento ripetere come un mantra, e con sempre maggior frequenza, da alcuni anni a questa parte. Lo intonano quelle persone che aspettano la rivoluzione contro l'austerità europea. E certo, non c'è rivoluzione che non sia stata guidata, apertamente o celatamente, da questa o quella élite. Ma quando mai le élites si sono mosse se non per loro diretto interesse? Se voi siete a conoscenza di un caso in cui l'intervento sia stato umanitario e disinteressato fatemelo presente. E, personalmente, non vedo perché questa volta dovrebbe essere differente. Certamente, è possibile che gli interessi di una élite coincidano in parte con quelli del popolo, e il nemico del mio nemico è il mio amico. Ma il mio pensiero, anche se nel nostro caso si tratta di una élite nostrana contro una élite apolide, non può che andare al coro dell'atto terzo dell'Adelchi di Manzoni, e in particolare alle sue ultime strofe:

Domani, al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto troncò.
Che regnano insieme, che sparton le prede,
Si stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò.

Quindi, mi raccomando: stat've accuorti guagliò!

 Coro dell'Atto III ripristinato nella sua originaria integrità.
I versi stampati in corsivo sono quelli che mancano all’Adelchi,
quale venne pubblicato vivente l’autore,
in obbedienza ai voleri della Censura austriaca.

Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

È il volgo gravato dal nome latino
Che un’empia vittoria conquise e tien chino
Sul suol che i trionfi degli avi portò;
Che, in torbida voce, qual gregge predato,
Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,
Nel Vinnulo errante, dal Greco passò.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Era tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’armi le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durar:
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le freccie fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
Por fine ai dolori d’un volgo stranier?
Se il petto dei forti premea simil cura,
Di tanto apparecchio, di tanta pressura,
Di tanto cammino, non era mestier.
Son donni pur essi di lurida plebe,
Inerme, pedestre, dannata alle glebe,
Densata nei chiusi di vinte città.
A frangere il giogo che i miseri aggrava,
Un motto dal labbro dei forti bastava;
Ma il labbro dei forti proferto non l’ha.

Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Stringetevi insieme l’oppresso all’oppresso,
Di vostre speranze parlate sommesso,
Dormite fra i sogni giocondi d’error.

Domani, al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto troncò.
Che regnano insieme, che sparton le prede,
Si stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò.

La storia del venerdì: i Longobardi e la questione meridionale

Comincia oggi una rubrica settimanale di storia e che, come si deduce dal nome, uscirà ogni venerdì. Composta di brevi riassunti di fatti storici, più o meno curiosi, che, senza la pretesa di essere lavori approfonditi, nascono con l'intenzione di dare al lettore una concisa conoscenza di fatti che non gli sono noti, di particolarità che la scuola dell'obbligo non ha la possibilità di esplorare, o che tale scuola ha insegnato erroneamente, vuoi per ignoranza auto-rigenerata vuoi per calcolo politico. Ognuno dei post di questa rubrica verrà ripubblicato durante il fine settimana tradotto in inglese. Buona lettura.



E' l'anno 569 d.C.: guidati da re Alboino, i Longobardi hanno lasciato la Pannonia ed invadono l'Italia attraverso il Friuli. Logorata dal ventennio della guerra greco-gotica, che aveva visto contrapposto l'Impero di Giustiniano al regno italiano degli Ostrogoti, da epidemie e carestie, la società romana dell'Italia non è in grado di opporre alcuna resistenza all'invasione. I Longobardi si insediano senza alcun piano e in modo difforme in tre aree: nella Pianura Padana, in Toscana, e nei territori di Spoleto e Benevento. Le coste, l'entroterra di Ravenna, la Pentapoli, Roma con una fascia di castelli che la collega alla costa adriatica e le Isole rimangono sotto il dominio bizantino.
I Longobardi, una società militare frammentata da disaccordi interni, fra le più rozze, definita dagli storici contemporanei “ferocemente estranea” a quella romana, sono cristiani ariani i capi (l'arianesimo era stato dichiarato eresia sin dal 325), pagani i popolani. Il loro insediamento in Italia ha un impatto violento sui romani: l'aristocrazia latifondiaria viene dispersa e le sue terre sequestrate dai capi militari, che si trasformano così in una aristocrazia terriera; stessa sorte è destinata ai beni della Chiesa Cattolica, che vengono assegnati alle chiese ariane.
La situazione per i romani migliora dopo la conclusione del periodo di conquista e riorganizzazione, ma soprattutto dopo che i Longobardi abbracciano il cattolicesimo, con un processo iniziato dalla conversione di re Agilulfo e sua moglie Teodolinda nel 591 e completato con l'abolizione dell'arianesimo da parte di re Ariperto nel 653. Nell'VIII sec. le due società sono ormai etnicamente mescolate e, sotto re Liutprando (712-744), trovano un ulteriore consolidamento.
E proprio Liutprando, approfittando della debolezza imperiale e di un sollevamento popolare nel 727, scatenato dalla lotta iconoclasta dell'imperatore Leone III, attacca e sottrae alcuni territori a Bisanzio. Parte di questi territori sono poi donati al papato, vuoi per riconoscerne il ruolo politico ormai acquisito, vuoi per tenerselo buono. Quando, però, i re Astolfo prima e Desiderio poi, riprendono, nella seconda metà del secolo, l'espansione ai danni di Bisanzio, è proprio il Papa che invoca l'aiuto dei Franchi. Franchi che intervengono più volte a contrastare i Longobardi, sottraendo prima loro alcuni territori che pure sono donati al papato, e ponendo per ultimo fine al Regno Longobardo nel 774 con Carlo Magno, che annette il Nord Italia al suo regno. Il Regno Longobardo continua ad esistere, semplicemente sottomesso ai Franchi ma senza che niente cambi nella sua struttura. I ducati di Benevento e Spoleto evitano l'occupazione e resistono fino alla conquista normanna, completata nel 1076 con la presa di Salerno.

L'occupazione longobarda e poi la loro sottomissione da parte dei Franchi ebbero due conseguenze che tutt'ora affliggono l'Italia. La prima è la nascita del potere temporale dei papi con l'acquisizione di un territorio prioprio, grazie alla donazione di Liutprando nel 728 cui si aggiunse quella dei pipinidi nel 756. La seconda conseguenza fu la divisione del territorio italiano in due parti il cui sviluppo e culture procedettero indipendentemente e a velocità differenti, e che non sarebbero più state riunite fino XIX sec.: era nata la questione meridionale.